La città non esiste

Il laghetto del Central Park non è ancora gelato, ma le anatre non ci sono. Sono volate via.
Nessuno è venuto a prenderle per portarle “vattelappesca dove”. Semplicemente è venerdì sera, poco dopo il tramonto e il cielo sopra a New York prende fuoco e la terra trema, ma non è la metropolitana sotto i piedi: sono i “fireworks”, i fuochi d’artificio. La città è in festa, brulica più del solito impetuoso brulicare, di facce provenienti dai quattro angoli del mondo: domenica c’è la maratona.
Scintillano i riflessi dei lapilli sul lago e la piccola folla che ci sta attorno si divide fra chi preferisce lo spettacolo live e chi cerca la luce, o l’angolo oscuro migliore come sfondo, per eternare l’attimo attraverso il proprio smartphone. Poco distante gli iscritti alla maratona, aventi perciò diritto a seguire lo show dalla zona riservata del palco dell’arrivo, si dividono fra chi preferisce seguire lo spettacolo live, chi eternarlo dal proprio smartphone, chi seguirlo dal maxischermo, chi eternarlo dal maxischermo un po’ pixelato, ma più grande del vero (forse).
Sabato la città è invasa dai maratoneti. Molte strade sono già state parzialmente chiuse e i corridori si riversano sulle Avenue come un regular cafè (caffè diluito) da un bicchierone rovesciato. Un blob che già dalle prime ore del mattino entra nelle narici, nella bocca della città, fino a renderne il respiro asmatico. Ma la città continua a respirare, anzi sembra dopo un primo momento di impasse ancora più viva, lucida, in forma smagliante: da maratona.
È sabato sera e siamo al Village. Non è un sabato sera come gli altri. Questa è la notte di Halloween. Non solo la notte delle streghe; qui è soprattutto un grande carnevale dove il travestimento e la maschera rivelano più che nascondere il carattere del travestito. È un grande carnevalesco veramente alla Bachtin dove i ceti sociali e le razze e le età si mescolano e non ci sono differenze: persino la statua di Garibaldi che sta insolita al centro del parco del Village pare ammiccare confessandoci: il poncho l’ha messo per la serata.
La grande parata è un’occasione di follia, i carri non sono quelli ricercatissimi ai cui ci hanno abituato i carnevali nostrani, ma navi di folli vagamente tematizzate. La città, transennata, tossicchia. La marea umana delle maschere sembra soffocarla come uno smog di carne e bende insanguinate e trucco horror. Ma continua invece a respirare, più viva, più caleidoscopica di prima: come un carnevale.
Domenica sera per le strade di Manhattan incontri i maratoneti esausti, ma felici, medaglia al collo. Sono i migliaia e migliaia di singoli per cui l’importante era arrivare in fondo: un sogno realizzato, chissà da quanto tempo custodito gelosamente in un angolo protetto dell’autorappresentazione di se stessi e che chissà quanto tempo là era rimasto dando la precedenza a sogni più immediati, più concreti, più a portata di mano. Domenica sera per le strade di Manhattan incontri la ragazza asiatica che sotto al cappotto indossa ancora il vestito di Halloween, che sembra non volersene liberare, per non fargli un torto. Come si può averlo amato tanto per un giorno solo e poi abbandonarlo per sempre? È come un abito da sposa, ma una volta all’anno, e per tutti. Per chi vuole, per chi ci sta.
La città non soffoca, la città non soffre. Perché la città, in se, non esiste. È un reticolato ipotetico di vie, una tela abbozzata di ragno. La città sono i visi, i corpi, le voci di chi decide di entrare dentro questa meravigliosa macchina che si chiama New York, che trasforma un luogo fisico in un grande organismo cangiante, camaleontico, un leviatano dalle inclinazioni lisergiche. New York non esiste. È semplicemente la vita umana, in tutte le sue forme, addensata, concentrata in un sottile lembo di terra: quando l’hai provata è difficile abituarsi alla vita regular, diluita, come per l’italiano bevitore di denso espresso abituarsi al beverone annacquato che qui chiamano caffè.

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