Cataratte

La nostra guida per i primi quattro giorni di viaggio si chiama Greg. È un newyorkese canuto e rubicondo sui settanta. Greg parla quattro lingue e per questo naturalmente io lo invidio fino quasi all’odio viscerale. Greg ci racconta i luoghi che attraversiamo in tre lingue ( italiano, tedesco, spagnolo) ed è molto bravo a non trasmetterci quanto deve essere noioso ripetere sempre le stesse frasi 2 volte a settimana, 8 volte al mese, 100 volte all’anno. Inoltre, stratagemma che rivela un lungo curriculum nell’interazione con le varie sensibilità nazionali, Greg nei suoi spiegoni alterna l’ordine dell’idioma con un certo metodo e credo, ma devo effettuare un’ulteriore verifica, addirittura rispettando uno schema scritto.
Sta di fatto che una pigrizia mentale indipendente dallo status di turista ci permette (a me e Betty, naturalmente) di prestare attenzione alle parole di Greg soltanto quando parla in italiano; delle sue lectiones spagnole o tedesche, un po’ distratti dalla trance fotografica, un po’ dalle effusioni post matrimoniali, percepiamo puro suono svuotato di senso, flatus vocis.
Insomma nelle quattro ore di avvicinamento da New York al confine canadese abbiamo sentito ripetere decine di volte il fonema: lascatarratas. Ora, il lettore vorrà perdonarci e vorrà perdonare il sottoscritto se in un luogo indefinito del New Jersey si è rivolto alla propria signora chiedendo: “Ma che è sta scatarrata? “.
Voi che siete più svegli di noi avrete già capito che “Las cataratas” sono le cascate. Non ci sarebbe voluto molto per noi, visto che sapevamo la meta finale di questa prima parte del nostro viaggio essere appunto le Niagara Falls. Però, c’è sempre un però, il nostro è un errore perdonabile o forse, se preferite, un lapsus atavico, un pampano della lingua. Poi vi dirò perché. Ma intanto, come sono queste cascate del Niagara?
Le cascate sono un meraviglioso spettacolo della natura, potente e suadente al tempo stesso, sono un velo candido e un’esplosione di schiuma, fragorosa come un tuono, ma armonica, quasi arrangiata, come una melodia. Il Creatore, o chi per lui, qui ha voluto fare le cose in grande, all’americana, ma con proporzioni brunelleschiane, armoniche appunto, senza rinunciare al tocco berniniano che fa sembrare una gigantesca massa d’acqua marmo in apparente movimento.
Tutto attorno, in un contrasto vivido, violento come un pugno in faccia, il peggio del contributo antropico al paesaggio. Una Las Vegas in minore, una Gardaland sbrindellata, una torre gigante con sulla cima un ristorante che gira (con dentro un pianista minuto che suona su un pianoforte minuto note minute fra i sobbalzi del sistema rotatorio). C’è Starbucks, ci sono tutte le catene di hotel, c’è naturalmente l’Hard Rock Cafè (che secondo un nostro anziano compagno di viaggio è, giuro, “dove fanno quelle magliette”). C’è tutto quello a cui potrei rinunciare tranquillamente.
Infine, las cataratas. Come è straordinaria e affascinante la lingua! La cataratta, o cateratta, anche in italiano, oltre ad essere la nota e diffusa patologia oculistica, è, come in spagnolo, contemporaneamente una chiusa, qualcosa che imbriglia una massa liquida, e una caduta vertiginosa d’acqua. Si dice anche (come avevo potuto dimenticarlo?), in senso figurato, una cataratta d’acqua, per dire che, insomma, piove a catinelle. Cataratta, deriva dal greco katarraktes, ‘che precipita’. Catarro, attraverso il tardo latino catărrhu(m), dal graco katárrous; ma entrambi hanno lo stesso antenato, la stessa filiazione in katarrêin, ‘scorrere giù’, ‘gettare giù’, ‘precipitare’. Tout se tient, forse.
Mi perdonerà a questo punto l’amico e maestro Stefano Bartezzaghi se mi sono spinto a tanto, nel creare un parallelo semantico che abbracci nella stessa famiglia il disgustoso prodotto polmonare alle cristalline acque in caduta libera. E perdonatemi anche voi, invisibili lettori, se per giustificare i prodotti della mia Isola della Stupidera, per un secondo vi ho fatto pensare alla divina Marilyn sullo sfondo d’una cascata di catarro.

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