Le lacrime e l’orgoglio

Centinaia di miglia di giallo, rosso e verde, sfumate, mischiate come sulla tavolozza di un Modigliani a fine bottiglia. Da qui vi scrivo, mentre il pullman corre e si lascia sfilare al fianco scuolabus, pick-up scassati, tir bisontici, laghi e fiumi, le case viste nei film che non puoi non continuare a ripeterti: chissà com’è viver qui, chissà che parole ti entrano in testa, chissà come si cresce in mezzo a questi spazi grandangolari senza una riga azzurra a bloccarti il destino come quella che conosco io.
Ho pianto, sì, ho pianto. Almeno quattro volte. Quando Betty ha sceso le scale del castello al braccio di suo padre. Bellissima. E il cuore si è fermato. E ho capito che quella era l’Occasione, che non avrei avuto più nulla da cercare, perché Tutto si stava compiendo. Il Senso. Tutto.
Ho pianto mentre il sindaco leggeva i doveri, e le scelte da fare, insieme. Mi sono salite fino alla gola, e ancora più su, tutte le voci di tutte le lotte, di ogni donna e ogni uomo che per quel “insieme” si sono battuti. E ho pensato che forse l’amore è l’unica cosa per cui valga la pena far rivoluzioni.
Ho pianto al bacio, per il bacio e l’applauso e gli occhi lucidi degli amici, della famiglia, di mio fratello che spuntava dietro il mio iPad installato per la diretta Periscope, dietro a cui (l’ho scoperto dopo) altri amici, lontani, davanti a uno schermo, piangevano da par loro.
Ho pianto ancora, più tardi, a sera, così felice per chi aveva voluto esserci e scoprendo quanto chi aveva voluto esserci era egli stesso felice. E che la lotta per raggiungere la felicità, propria e altrui, sia l’unica cosa che valga un orgoglio. Ho pianto pensando (questo, ma solo questo leggermente venato di malinconia) quanto poco tempo in questi anni abbia dedicato a dire a queste persone: hey, grazie di esserci.
E adesso, mentre scrivo, e Betty al mio fianco computa la lista delle escursioni facoltative, capisco che quel giorno non è stato soltanto ciò che rappresenta per tutti, cioè noi, io e lei, che dal mondo ci facciamo riconoscere come uniti, insieme, appunto, e chiediamo al mondo, alla società, allo Stato di considerarci come due entità tanto separate, ma così vicine, da rendere sfumati i contorni individuali: non è stato solo questo. È stata anche una cosa solo mia, un bel calcio in culo, l’ultimo, definitivo, al maledettismo, alle cose che non valgono la pena, al destino cinico e baro, all’inferno che sono gli altri. Gli altri possono essere il paradiso, forse l’unico che ci spetta. E mi vien voglia adesso di gridarlo qui a tutti, alle coppie di colleghi sposini sedute davanti a noi, a tutti i passeggeri del pullman, a Greg la guida, a Monty l’autista, a questo cielo azzurro azzurro del New Jersey bianchettato di gabbiani arrivati fin qua chissà da dove, chissà perché: forse per raccogliere il mio grido e evangelizzarlo fra i pennuti tutti con risultati speriamo migliori del tentativo di Ninetto e Totò.

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