Conservatori

Giuliano Ferrara, al netto delle mutandate e del servilismo come hobby à la page, è l’avversario politico che vorrei. Non perché la sua posizione sia particolarmente moderna, o europea, o lontana dalle miserie nazionali, ma semplicemente perché, Giuliano Ferrara, al contrario di molti della sua parte, non è ipocrita. Quando lo ascolto, ultimamente, sono tentato di credere che in lui parli ancora il giovane comunista, che, imprigionato nella massa dell’anziano polemista reazionario, ci lanci limpidissimi messaggi. Mentre difende l’operato di Giulio Andreotti e del mezzo secolo democristiano, Ferrara squarcia il velo di Maya. “Quel che voi non avete mai capito – mi grida dalla tv – è che bisogna governare il Paese che c’è, non quello che vorreste ci fosse. Andreotti ha fatto questo: con ogni mezzo in suo possesso ha assecondato i desideri degli italiani, che lui conosceva forse meglio di loro stessi. Questo deve fare un politico.” Questo aggiungo io, è quello che hanno tentato di fare tutti dopo di lui, fino ad oggi, con i risultati che conosciamo. Questo atteggiamento ha un nome preciso: si chiama conservatorismo.

Dopo la DC ha vinto Berlusconi. Il suo famoso discorso della discesa in campo è un manifesto conservatore (“L’Italia è il Paese che amo..”, che non a caso i ben informati attribuiscono allo stesso Ferrara). Nessuno dotato di sale in zucca poteva credere che un monopolista che ha creato il proprio impero su concessioni governative potesse veramente mettere in moto la “rivoluzione liberale”. Ma che rivoluzione!? Conservazione. Tutto deve rimanere com’è. Come insegnava la DC, basta seguire le inclinazioni della massa, farle proprie, banalizzarle e farne programma di governo. La vittoria è certa. E lo sarà in eterno. Perché il Paese, in mancanza di alternative, rimarrà reazionario. L’elettorato del PDL non è brutto, cattivo ignorante ed impresentabile: è conservatore; lo è perché nessuno gli ha mai sottoposto un’alternativa allettante. La politica è anche (e spesso soprattutto) un do ut des.  E la mentalità del “pochettino” (quella adottata dal centrosinistra negli ultimi vent’anni), da Giolititti in poi, agli italiani non è mai piaciuta.

“Che fare? “ diceva quel tipo. Smetterla con i libri dei sogni. Muoversi nel Paese reale e comprenderne le esigenze, anche se ci sembrano basse e schifose, anche se ci sembrano anti-democratiche o illiberali. Il Paese da governare è questo, non è la Svezia, né il Vaticano, né la Corea del Nord. Un politico che voglia governare l’Italia, la terra dei kaki, deve conoscerla meglio dello stesso Elio. Deve amarla anche se è  brutta, anche se ti tradisce. Deve amarla tanto da riuscire a conquistarla. A questo punto, e solo a questo punto, avrà il diritto di cambiarla, per creare un progresso, un riformismo, per fare dell’Italia un Paese più bello: e offrirle un sogno, che valga la pena d’essere condiviso. Lasciarsi tutto alle spalle e, come Thelma e Louise, sfrecciare liberi verso il futuro. O qualcosa del genere.

(pubblicato su pdsavona.it 14 Aprile 2013)

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