La valle convessa (ovvero il giorno in cui siamo saliti alla diga del Vajont)

Dopo aver ascoltato racconti, letto libri, visto rappresentazioni teatrali e film, abbiamo trovato il coraggio di venire quassù.
Da Longarone la diga è uno spicchio grigio, un’unghia di cemento che scopri solo cercando la prospettiva giusta dall’angolo giusto del paese. Ora che sappiamo dove guardare, per il motivo che tutti sappiamo.
Dopo una teoria di tornanti e un tunnel che sembra scavato a morsi nella roccia, la diga ti sorprende gigante e inutile, all’improvviso. Muovi lo sguardo su quello che ricordi come il bacino che hai sentito raccontare, ma in realtà non c’è più. Non c’è più la valle. È tutta una gigantesca e surreale frana. E non riesci a ricostruire: dov’è Erto? Dov’è Casso? Qual era il primo livello del lago, e i successivi?
La valle non esiste più. L’onda non ha cancellato solo migliaia di vite, ma un universo. La diga impietrita e arrogante, fredda, senza una crepa, è la porta di una realtà rovesciata come lo è il concavo del convesso, il vuoto del pieno, la vita della morte.
Saliamo a Erto seguendo le indicazioni. Il paese vecchio è uno spettro, persino qualche rara faccia che incontriamo sembra averne la consistenza. Su una facciata una scritta antica che è una preghiera, ma anche una bestemmia amara: Dio ci salvi dagli sciacalli del Vajont.
C’è un freddo pungente, da montagna. Entriamo nel bar della piazza alta del paese con il forno sempre acceso, per una bevanda calda. All’uscita ci imbattiamo senza averla cercata nella bottega di Mauro Corona, dentro una stufa, sullo sfondo una libreria caotica. Betty con un sorriso mi dice: “vuoi andarti a presentare?” (E so che vuol dire “muori dalla voglia di entrare e invitarlo per un bicchiere a farti raccontare le storie di montagna, di amicizie, di sbronze, di lavoro, di quella volta che stava finendo stritolato da un verricello nella cava di marmo”.)
Mentre lo sto pensando dalla porta a vetri illuminato dai bagliori della stufa appare Corona, come lo conoscete, precisamente, e avvicina teneramente la faccia al muso di uno dei suoi cani con un sorriso semplice e radioso, di quelli che solo i burberi possono regalarci.
Scendiamo a valle con un sapore strano in bocca. Forse come scrive il Maestro di Erto la vita è soltanto questo: qualcosa di aspro e dolce.

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