Lo spinatore

Poche cose mi infastidiscono di più della strumentalizzazione del dibattito sui diritti. E più ancora mi infastidisco quando a strumentalizzare è la mia parte politica. La questione quote rosa è stato un evidente gioco politico (chiamatelo trappola, se vi garba) messa in piedi da una fazione vietcong della minoranza PD che (legittimamente, certo, se fatta alla luce del sole) ha mal  digerito l’accordo del Nazareno,  che non si rassegna ai risultati del Congresso e che aspetta al varco Matteo Renzi per vendicare il soldato Letta.

E’ chiarissimo a tutti, almeno lo spero, che una volta presentato l’emendamento targato PD,  la frittata era fatta. Si aprivano a quel punto tre scenari, nessuno dei quali entusiasmante per  uno scorrere fluido delle riforme e per la serenità del Governo. Nel primo caso il segretario nel Partito Democratico (perché continua ad essere tale, con le responsabilità che ne derivano, questo è lapalissiano) avrebbe potuto indicare un voto favorevole all’emendamento: ma ciò avrebbe di fatto tradito il patto con il Cavaliere e la riforma rischiava di saltare definitivamente. Contrariamente la segreteria poteva azzardare un voto iper-rigoroso, cioè contrario: ma in questo caso il partito avrebbe certamente dovuto subire un fuoco di fila di attacchi da ogni parte, interni ed esterni: sarebbero fioccate le accuse di  aver ostacolato un processo sull’uguaglianza dei diritti e delle opportunità che sono basi identitarie del partito stesso. La terza via, quella che è stata scelta, e credo la più ragionevole, era quella di lasciare il libero voto di coscienza. I risultati li conosciamo e ne conosciamo le conseguenze: prima fra tutte aver dato l’impressione di un partito spaccato.

Ora, voglio dire con chiarezza che tutto questo non mi piace. La parità di genere, le possibilità, il merito (e le sue declinazioni)  sono questioni assai serie e che vanno ponderate, sviscerate, pesate, anche con un certo grado di scientificità. E’ necessario mettere sul tavolo un dibattito politico nel senso più alto, con i suoi tempi e le sue, prevedibili, criticità: è ineludibile, infatti, in questo caso come in altri, mediare fra le posizioni, giacché non credo nessuna parte possa arrogarsi il diritto di pensare di avere la verità in tasca. Si è scelto invece da una parte, confidando nella certezza dell’eco mediatica, di buttare lì la questione, strumentalmente, per creare un muro contro muro, per aizzare le curve: ed è deprimente constatare che le curve abbiano reagito da par loro. Se la rete è un termometro, infatti, in questi casi la febbre sale rapidamente (come poi, d’altro canto, scende). E’ faticoso per me , ve lo assicuro, cercare di seguire il filo di certi ragionamenti, così impregnati di negativismo, di ostruzionismo psicologico, di vocazione all’autodistruzione politica, che preferisco esimermi dal commento istantaneo, dalla nota fraintendibile, dalla polemica spot. Quando in molti urlano “Vergogna!”, anche le persone che stimo e che mi sono vicine politicamente, prima di unirmi al coro, domando sempre a me stesso”Cui prodest? A chi giova tutto ciò?” E spesso, molto spesso, mi rispondo: “Agli altri”. Vedo le menti migliori della mia parte politica, giovani e meno giovani, perpetrare il quotidiano esercizio del masochismo dialettico, cioè l’atteggiamento di chi alterna l’amare al far del male, sperando in una sintesi benigna. Così non è mai, però, e ci si trova sempre qui, curvi e dolenti, come la statua dello spinatore.

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